Molte sono le usanze che contornano la cerimonia della milà nelle varie Comunità, in gran parte rivestite di significato mistico. Alla tradizione di tenere una riunione di studio in casa del neonato la sera prima della milà allude già il Talmùd (Bavà Kammà 80a) con l’espressione “levet yeshu’à habèn” (lett. “alla casa del bambino salvo”). Rabbènu Tam spiega infatti che era così chiamata la casa in cui era appena nato un bimbo perché esso “nascendo è come se venisse salvato dal ventre di sua madre, in conformità con il versetto che dice: ‘ed essa metterà in salvo un maschio’ (Is. 66, 7). Per questo il Talmùd adopera l’espressione yeshu’à (salvezza) ed era abitudine offrire un banchetto” (Tossafòt ad loc.).
R. Moshe Isserles (a Shulchan ’Arùkh, Yorè Deà 265, 12) scrive a questo proposito: “…si usa dare un banchetto il venerdì sera seguente alla nascita di un maschio a casa del neonato, e si tratta certamente di un pasto di mitzvà”.
La ragione di questa usanza è spiegata dal Terumòt Hadèshen con il midràsh seguente: “Disse R. Levì: La situazione può essere paragonata a quella di un re che ha proibito a qualsiasi visitatore di presentarsi al suo cospetto finché non avesse per prima cosa tributato omaggio alla Regina. Allo stesso modo disse il S.B.: non mi presenterete alcun sacrificio finché non sia trascorso uno Shשbbàt, perché non vi sono otto giorni senza Shabbàt” (Vayikrà Rabbà, P. Emòr, 27) Un’altra spiegazione è riportata nella Derishà: “Si fa visita al bambino perché è triste per la perdita della Torà. Narra infatti il Talmud che nel grembo materno viene insegnata al feto tutta la Torà.
Al momento del parto, però, un angelo gliela fa dimenticare sì che è costretto a ristudiarla daccapo in vita (cfr. Niddà, 31a). Questa riunione festosa è detta shalòm zakhàr (Benvenuto figlio maschio!). Si osserverà che tanto lo shabbàt è simbolo di pace (shabbàt shalòm), quanto lo è la nascita: i nostri Maestri insegnavano che “ogni volta che un maschio viene al mondo, la pace viene al mondo”. Inoltre, il valore numerico della parola zakhàr (maschio, 227) equivale a quello di berakhà”. In alcune Comunità la riunione di studio si tiene la sera prima della Milà. In essa è prevista la lettura di un Tikkùn (formulario kabbalistico) con brani tratti dalla Torà, dai Neviìm, dai Ketuvìm, dalla Mishnà e naturalmente dallo Zòhar, dedicati alla milà.
In Piemonte si conservano simili tikkunìm manoscritti (Archivio Terracini) e ancora oggi, particolarmente a Roma, si osserva questo minhàg, che prende il nome di Mishmarà (lett. veglia). In Oriente prende piuttosto il nome di Berìt Itzchàk (Patto di Itzchàk: l’espressione richiama direttamente Lev. 26, 42). Con questo nome si allude a due aspetti distinti della vita del Patriarca. Anzitutto, il fatto di essere stato la prima persona sottoposta alla milà a otto giorni (Gen. 21, 4).
In secondo luogo, la tradizione mistica mette in relazione la milà, come già ho accennato, con il sacrificio, e vi scorge particolarmente una riattualizzazione della ’akedàt Izchàk. Questi sono precisamente i temi al centro dei fogli 90b-96b dello Zòhar, in cui si commenta l’ultima parte della Parashàt Lekh Lekhà: il passo della Torà in cui Avrahàm riceve il comandamento della milà (Gen. 17).
Il brano dello Zòhar esordisce con una descrizione mistica del concepimento e della nascita e si sofferma particolarmente a commentare il versetto: “E il tuo popolo sono tutti uomini retti, essi erediteranno la terra per sempre” (Is. 60, 21): “R. Abbà disse in proposito: I nostri colleghi hanno già osservato che queste parole non possono essere prese alla lettera, vedendo quanti trasgressori vi sono in Israèl che infrangono le mitzvòt della Torà! Il significato esoterico è invece: Giusti sono Israèl che recano un sacrificio gradito al Santo Benedetto, in quanto offrono in sacrificio i loro figli giunti all’età di otto giorni.
In questo modo essi divengono parte del Giusto che è fondamento del mondo (cfr. Prov. 10, 25); e così sono chiamati a loro volta Giusti”. Di R. Abbà si riportano subito dopo altri detti relativi alla milà: “Beati Israèl, tanto graditi al S.B. rispetto agli altri popoli che ha dato loro il segno di questo Patto: chiunque porti questo segno (della milà) non scende nel Ghehinnòm…” Non mi voglio soffermare qui sugli aspetti più strettamente kabbàlistici di questi ed altri insegnamenti, perché sarebbe arduo renderli comprensibili ad un pubblico non iniziato.
Mi limiterò pertanto brevemente a riportare quanto scrive in proposito il testo Sharvit ha-Zahav sulle regole della milà. “Dal momento che la mitzvà della milà è grande a tal punto da salvarci dal Giudizio del Ghehinnòm, è opportuno che ogni mohèl si purifichi, possibilmente immergendosi nel mikve, in quanto prende il posto del kohèn che faceva i sacrifici, e pertanto deve pentirsi integralmente (teshuvà shelemà) e recitare il Viddùy, perché un sacrificio effettuato senza confessione non ha alcun valore… Per il merito della milà si salvano in tre dal Giudizio del Ghehinnòm (oltre al bambino): il padre, la madre e il mohèl. I nostri Maestri hanno detto anche che Avrahàm nostro padre non lascia entrare nel Ghehinnòm nessuno che sia circonciso”. Per questa ragione, inoltre, si usa compiere la milà al mattino presto (anche se per l’atto è kashèr tutto il giorno solare fino al tramonto) come avveniva al Bet Hamikdàsh per il sacrificio mattutino. “Per quale motivo la Torà ha prescritto la milà proprio all’ottavo giorno? Il neonato è influenzato dai sette pianeti, a ciascuno dei quali è assegnato un giorno della settimana. Il S.B. ha dunque prescritto di attendere che ognuno abbia esercitato la propria influenza su di lui.
Ma l’ottavo giorno, il S.B. ha prescritto la milà in modo che il bambino piegasse la propria forza al Nome Suo Benedetto, affermando in tal modo che la sorte di Israèl non è soggetta agli astri”. Come disse Dio ad Avrahàm nostro Padre, dopo averlo portato fuori: “Conta le stelle, se riesci a contarle: tanto numerosa sarà la tua discendenza!” (Gen. 14, 5). Il Talmùd racconta che Avrahàm avrebbe detto a Dio: “Ho consultato il mio oracolo, ma non ho che un figlio solo (Ishma’el)” Fu allora che Dio gli rispose: “Esci, lascia perdere ogni tua superstizione! Eyn mazal leisraèl: Non c’è astrologia che valga nei confronti di Israèl (Nedarìm 32a), ma solo l’attaccamento alla Torà e alle mitzvòt”.
Rav Dott. Alberto Moshe Somekh
Torino, Tishrì 5765
15€
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