Le preghiere della donna ebrea

La versione in ebraico di questo libro, Tefillàt Nashìm, è stata pubblicata in Israele alla fine del 2005, e ha goduto di enorme popolarità in tutti i settori della frammentatissima società del paese. È stata adottata dai membri di tutte le principali comunità religiose in Israele, dagli ultraortodossi ai più laici e, ancor più sorprendentemente, dai musulmani e dai cristiani. In effetti, si è sviluppato intorno a essa un vero e proprio fenomeno culturale.

Il libro ha prodotto molte recensioni, conferenze accademiche e dibattiti culturali sui media israeliani. Le poesie liturgiche e le preghiere sono state messe in musica da autori israeliani e altre sono state portate in scena e, contemporaneamente, hanno arricchito la vita religiosa degli individui e delle comunità. Si sono formati gruppi e laboratori per incoraggiare la scrittura di preghiere personali, ispirate allo stile intimo e soggettivo delle suppliche di questo libro.

Aliza Lavie – Dalla prefazione

Prefazione all’edizione italiana

Anna, che sarà la madre di Samuele, di fronte al marito che non capisce il suo pianto di donna sterile e le risponde lamentandosi a sua volta: Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli? Prende lei stessa l’iniziativa e va con decisione e da sola, a presentarsi all’Eterno, con la promessa di dedicargli il figlio che nascerà. Nel midràsh Bereshìt Rabbà ci si chiede per quale motivo sono diventate sterili le madri: «… perché l’Eterno desidera la loro preghiera e desidera le loro parole». Anna si rivolge a Dio direttamente, per implorarlo di farla divenire madre, rivolgendosi al «Signore delle schiere», mossa dal suo dolore ma con molta fermezza. Esistono – nella ricchezza dell’interpretazione ebraica – le schiere del mondo superiore che non hanno alcuna discendenza, ma non muoiono: sono gli angeli celesti. Le schiere del mondo inferiore invece hanno il destino di morire, ma hanno una discendenza: sono gli esseri umani. Anna si rivolge a Dio, in un colloquio confidenziale: «Se io appartengo alle schiere di sopra, allora non farmi morire; ma se appartengo a quelle di sotto, allora Tu devi darmi una discendenza». Anna contende con Dio, preferisce essere mortale e avere una discendenza che garantirà anche la sua rispettabilità sociale. Ma Elì, il sacerdote del santuario, non vede di buon occhio la donna che si pone in rapporto diretto con Dio e l’accusa di essere ebbra a causa delle preghiere non formali sussurrate a fior di labbra da lei che, con tanta intensità, non accetta il suo essere sterile. Il Salmo di Anna enfatizza il ruolo della madre che ha avuto un figlio “grazie all’Eterno”. La preghiera di ringraziamento canta:

«Ha gioito il mio cuore nell’Eterno, 

grazie all’Eterno mi sono sollevata,

la mia parola ha trionfato sui miei nemici,

perché ho gioito della Tua salvezza.

Non c’è un santo come l’Eterno, perché nessuno è come Te,

e non c’è roccia pari al nostro Dio.[…]

L’Eterno fa morire e fa rivivere,

fa scendere allo sheòl e ne fa risalire».

In questo racconto tutto femminile troviamo un primo accenno ai “morti che rivivono”, un tema centrale nella preghiera del popolo d’Israele.

Dai tempi biblici delle madri d’Israele, di Miriam e di Anna e fino ai nostri giorni, lungo tutte le generazioni, molte donne hanno saputo esprimere le loro aspirazioni, le ansie e i dolori, le gioie e le speranze, rivolgendosi al Signore con la fiducia di essere ascoltate, anche se le parole spesso erano altre rispetto al formulario rituale. Sono testi in prosa, spesso scritti in forma poetica, e sono documenti da cui risulta evidente che le donne sapevano bene destreggiarsi con la scrittura, in ebraico e nelle lingue parlate nelle varie comunità, ad esempio il ladino e lo yiddish.

La vita ebraica è un frequente rimando al Cielo e la giornata è punteggiata da benedizioni al Signore: che ci fa riaprire gli occhi al giorno dopo aver superato i pericoli insiti nell’incoscienza del sonno, che ci permette di godere del creato, che ci nutre con i prodotti della terra, e così via nelle varie attività e occasioni di lavoro, di viaggio, di festa, fino al momento di affidarsi a Dio prima del riposo. Le formulazioni delle preghiere sono codificate fin dai tempi talmudici, alcune devono essere pronunciate in orari e giorni fissati dal lunario ebraico: in questo caso i nostri maestri hanno esentato le donne dall’obbligo della preghiera. Il loro ruolo di madri e il loro essere garanti della vita ebraica e della kashrùt della famiglia non garantirebbe una costante presenza attiva nelle ore prescritte.

Ma la preghiera tuttavia permea ogni giorno e ogni ora della vita delle donne, che in alcuni casi plasmano i testi scritti da mani maschili, con forme grammaticali riferite agli uomini, e li trasformano in forme al femminile. Così si trovano anche in Italia – nel secolo XV e nel primo Cinquecento – manoscritti di libri delle preghiere mattutine evidentemente copiati per una donna, in cui si legge: «Benedetto sii Tu o Eterno, nostro Dio, che mi hai creato secondo la Tua volontà», e non «… che non mi hai creato donna», com’è usuale. In alcuni casi si trovano trasformazioni ancora più incisive, come: «… che mi hai creato donna, e non uomo», e ancora la benedizione a Dio «… che non ha fatto di me un’ancella e una serva».

Questo libro, che si pubblica ora in traduzione italiana dall’originale in ebraico, raccoglie testi di preghiera scritti dalle donne, in tempi diversi e in vari ambiti della diaspora: a volte ricalcano i formulari in uso nelle loro comunità, con piccoli significativi cambiamenti, a volte si tratta di una scrittura originale, per occasioni particolari, in prosa o poesia. Le preghiere sono suddivise sotto titoli che richiamano vari momenti dell’anno ebraico – come ad esempio Pèsach, la Pasqua – oppure le varie occasioni legate alla vita biologica della donna ebrea – come il momento della menopausa– così come i vari accadimenti della vita familiare: il matrimonio, il divenire madre, l’essere guida per i figli. Una parte importante è riservata ai tre doveri della donna, desunti dalla Torà: l’accensione dei lumi del sabato, il precetto della challà – il pane del sabato, e l’immersione rituale mensile nel periodo fertile. Crisi e sofferenze trovano spazio, con parole di dolore e di speranza, nelle preghiere che le donne ebree come le loro compagne di tutte le culture compongono in modo spontaneo e profondamente sentito nei momenti di pena.

Se nel cuore dell’Europa medievale, a Worms, un documento fa riferimento alla sinagoga delle donne, oggi si vanno diffondendo in Israele sinagoghe che danno alle donne maggiore spazio di quello che era loro riservato tradizionalmente: soprattutto c’è un lavorio di ricerca originale sui testi tradizionali, per preparare lezioni che vengono poi offerte al pubblico sia maschile che femminile nell’ambito della lettura della Torà nei giorni di sabato, sermoni dai quali un tempo erano rigorosamente escluse le donne, e che oggi ritroviamo invece anche pubblicati per esempio nei volumi di Kolèkh – La tua voce (di donna), raccolte di interventi molto seri e documentati di parte prevalentemente, anche se non esclusivamente, femminile.

Con questa raccolta di preghiere di donne ebree si apre anche al pubblico italiano l’opportunità di prendere parte al dibattito, attualmente molto vivace soprattutto in Israele, sulla presenza femminile nella cultura tradizionale delle comunità ebraiche.

Laura Voghera Luzzatto

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