Questa pubblicazione raccoglie le preghiere relative alla Cerimonia funebre secondo l’uso della Comunità Ebraica di Milano. Tale esigenza nasce dal fatto di dare continuità al formulario di preghiere esistente (ne esisteva un unico esemplare) e viene a beneficio di coloro, familiari e non, che adempiono al dovere religioso di assistere il defunto, così da comprendere meglio il profondo significato dell’atto che stanno compiendo. Confortare le persone addolorate per la perdita di un caro costituisce per il popolo ebraico una mitzvà. Inoltre tale evento, spesso, ispira in noi un’introspezione che ci sprona a migliori propositi futuri.
È significativo notare, nei testi che accompagnano la cerimonia funebre, la pressoché totale assenza di espressioni di dolore e di lamenti per l’avvenuta dipartita. Il trapasso diviene, in seno alla tradizione ebraica, occasione per una meditazione sui massimi valori della vita; il dolore e i rimpianti degli affetti terreni sono lasciati all’intimo e alla sensibilità del singolo, che va rispettata e salvaguardata.
Vi è una separazione netta fra i brani che precedono la sepoltura vera e propria e quelli che la accompagnano e la seguono. Nei primi ricorrono spesso termini come tzèdek e mishpàt, che indicano l’imperscrutabile giustizia divina, e il termine chèsed che richiama la misericordia.
Nella seconda parte l’attenzione si concentra specialmente sulla parola shalòm, pace. Si chiede riposo per l’anima del defunto in cielo nell’attesa della resurrezione. La preghiera sfocia inoltre in un’accorata richiesta per la concordia universale sulla terra, aspirazione secolare del popolo ebraico per quell’èra messianica della quale la resurrezione può essere forse l’evento conclusivo.
La liberazione dell’anima dai vincoli corporei diviene così, nella liturgia funebre ebraica, metafora della redenzione futura d’Israele dal giogo dell’esilio; il profeta esprime chiaramente questo concetto: “Così dice il Signore Iddio: ecco che aprirò i vostri sepolcri, vi farò risalire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi ricondurrò alla terra di Israele” (Ezechiele 37, 12).
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