Sukkòt – Feste in famiglia

Introduzione

David Piazza

Erano gli anni ‘70 e Augusto Segre, quell’indimenticabile figura di morè, partigiano, sionista, educatore, (l’ordine è puramente casuale) pubblicava, sotto l’etichetta dell’Unione delle Comunità ebraiche Italiane, una serie, esaurita ormai da decenni, di libri dedicati alla feste ebraiche. Schiere di genitori e di insegnanti hanno tratto da quei libri con la copertina rigorosamente bianca, non solo ispirazione, ma anche preziose informazioni, raramente disponibili in lingua italiana

Purtroppo, il vuoto decennale non è stato ancora riempito da nulla di simile e paradossalmente proprio in questi ultimi anni assistiamo alla costante produzione di testi dedicati alle feste ebraiche, ma destinati alla divulgazione diretta a un pubblico più ampio, quello non ebraico. Raramente questi testi però superano la manualistica, sottolineando gli aspetti pittoreschi e folkloristici delle ricorrenze, dove non è raro trovare espressioni come “Chanukkà assomiglia grossomodo al Natale cristiano”, mortificandone ogni specificità culturale, quasi che la cultura di maggioranza possa essere l’unica pietra di paragone.

Non è quindi un esagerazione affermare che gli ebrei italiani, nel vuoto istituzionale cronico, hanno particolarmente bisogno di testi genuinamente ebraici sulle ricorrenze. Per capire invece perché le ricorrenze sono così importanti per la definizione dell’identità ebraica dobbiamo pensare che l’ebraismo di per sé viene definito la “religione del tempo” dove l’intero rapporto con il divino è scansito in momenti sacri e profani che si susseguono senza soluzione di continuità.

Lo Shabbàt ne è dunque l’apoteosi paradigmatica, proprio a causa delle sua scadenza settimanale: “Ot hi le’olmè ’ad benò uvenì – un segno eterno tra me e Lui”. Tutta una serie di atti simbolici legati alla capacità umana di poter creare, di poter aggiungere quindi alla Creazione, (come solo l’ebreo, nella sua particolarissima “umiltà”, può credere di sentirsi in partnership con il Creatore), sono per un attimo leciti e graditi, e solo un attimo dopo, iniziato lo Shabbàt, incredibilmente vietati e biasimati.

Che cosa è cambiato da un momento all’altro? Nulla, se non il contesto temporale. L’intero ciclo annuale delle ricorrenze (e i miei Maestri mi hanno insegnato che più che di ciclo, di circolarità, bisognerebbe pensare in termini di “spiralità”, con una costante spinta verso l’Alto, verso il “meglio”) presenta però, in aggiunta alla dimensione temporale, tutta una serie di complesse sfide non solo nel rapporto con il divino, ma anche con l’ “altro”, il prossimo; con gli “altri”, i popoli; con il mondo in generale, perché l’ebreo dialoga con il divino soprattutto nella dimensione della realtà concreta, tangibile.

Ogni ricorrenza quindi scopre un aspetto diverso di questa realtà. Solo per citare qualche esempio, necessariamente riduttivo: la dignità nazionale nei giorni di Pèsach, la dimensione naturale a Sukkòt, oppure quella del confronto culturale a Chanukkà. Inoltre, proprio perché il terreno di confronto è principalmente quello della realtà contingente, ogni festa non si risolve solo in riflessioni ascetiche o liturgie diverse, ma investe la quasi totalità dell’esperienza umana con rituali semplici nell’esecuzione, ma complessi nei contenuti, che coinvolgono l’udito, il tatto, la vista, fino al gusto perché è mitzvà, precetto divino, consumare quella particolare quantità di quel particolare alimento, in quella particolare data.

Quindi, a sentire l’autore del Sèfer Hachinùkh del 13° secolo, se sono quelle che a noi sembrano “piccole” azioni a condizionare il nostro modo di pensare, di ragionare sul mondo (capovolgendo secoli di pensiero occidentale, secondo il quale, sostanzialmente, è vero il contrario) ecco che le ricorrenze hanno l’insospettabile capacità di contribuire a forgiare, in misura non indifferente, con la loro ciclicità mai ripetitiva, la genuina identità ebraica, quella che ha permesso a un popolo, non solo in sparuta minoranza, ma in costante dispersione, di rigenerarsi nella continuità. Iniziamo questa serie, spinti da una lieta occasione, con la festa di Sukkòt, una festa gioiosa ma densa di significati sul nostro rapporto con la natura, e sulla capacità dell’uomo di trarre da questa un beneficio materiale.

Una festa che molti in Italia stanno riscoprendo nella sua natura più diretta, sforzandosi di scegliere delle abitazioni che permettano la costruzione di una sukkà, non delegando quindi al Bet hakkenèset una mitzvà che ci deve vedere impegnati in prima persona. Così come i maestosi lulavìm, grazie al contatto con la vicina Eretz Israèl, non sono più appannaggio dei soli rabbini o dei chazanìm, ma di sempre un più vasto pubblico, che contribuisce così ad arricchire le nostre tefillòt di questa particolare festa con una coreografia che appaga anche la vista e l’olfatto.

Una parola infine sulla struttura del libro. Abbiamo scelto la forma antologica, perché ci sembrava più adatta a sottolineare la ricchezza tematica della festa, ci perdoni quindi il lettore se alcuni concetti basilari sono ripetuti; crediamo che ogni articolo scelto, nel suo approccio, possa appagare una diversa curiosità. Troverete dunque articoli di maestri italiani, già pubblicati, ma ormai introvabili, a fianco di articoli ormai disponibili nel mare di internet, tradotti dall’inglese e pagine per ragazzi, tratti da una pubblicazione in ebraico. Se dopo aver letto qualcosa di questa pubblicazione, qualcuno inizierà a riconsiderare le feste non solo come momenti sociali nel Bet Hakkenèset o grandi cene in famiglia, ma anche come tappa fondamentale nella formazione della nostra identità, avremo raggiunto sicuramente un’obiettivo che noi sta molto a cuore.

Ringraziamo dunque chi ha permesso questa pubblicazione con il suo contributo economico e tutti coloro che vi ci sono dedicati, con passione.

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